Capire l'innovazione · Parte III · Capitale e valore
11 · Chi cattura il valore
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In sintesi
- Creare valore e catturarlo sono due problemi diversi: la storia industriale è piena di innovatori che hanno avuto ragione sulla tecnologia e visto i profitti finire a imitatori, fornitori o distributori. Il framework di Teece spiega quando accade e perché.
- Tre variabili decidono la distribuzione dei profitti: il regime di appropriabilità (quanto è difficile imitare), il design dominante (a che punto del ciclo si è), e gli asset complementari (che cosa serve, oltre alla tecnologia, per portarla al mercato, e chi lo controlla).
- L'evidenza empirica ridimensiona il mito del brevetto: nella maggior parte dei settori le imprese giudicano più efficaci il vantaggio temporale, il segreto e il controllo degli asset complementari; il brevetto è centrale dove il costo di imitazione è basso rispetto a quello di sviluppo.
- First mover o fast follower non è una preferenza di temperamento: è una decisione condizionata dalle tre variabili, con una risposta diversa per ogni configurazione.
- La separazione tra proprietà e uso della tecnologia (il modello del licensing) è una strategia di appropriazione a pieno titolo, e insieme un'architettura di protezione: la proprietà intellettuale che vive fuori dal veicolo operativo sopravvive ai suoi incidenti.
Sezione 1
Il problema: avere ragione e non guadagnarci
Nel 1986 David Teece pubblica l'articolo che dà il nome al problema: "Profiting from Technological Innovation". La domanda che lo apre è disarmante: perché così spesso gli innovatori, quelli che sono arrivati primi e hanno avuto ragione, non catturano i profitti della propria innovazione, che finiscono invece a imitatori arrivati dopo, o a chi controlla pezzi complementari della catena? La risposta di Teece è un framework a tre variabili che da quarant'anni regge alla prova dei casi, e che costituisce la terza domanda della due diligence di un investimento in innovazione, dopo "funziona?" (capitoli 06-07) e "lo vogliono?" (capitoli 02 e 05): chi catturerà il valore?
Il regime di appropriabilità misura quanto l'innovazione è difendibile dall'imitazione, per due vie: gli strumenti legali (brevetti e diritti affini, la cui efficacia varia enormemente per settore, come si vedrà) e la natura della conoscenza stessa. La conoscenza codificata (una formula, un disegno, un algoritmo leggibile nel prodotto) viaggia facilmente e si imita presto; la conoscenza tacita (il saper fare accumulato nei processi, nelle persone, nell'integrazione tra discipline) si imita lentamente e male anche senza protezione legale. Un regime è forte quando la combinazione di legge e natura della conoscenza rende l'imitazione lenta e costosa; debole quando il prodotto stesso insegna a copiarlo.
Il design dominante colloca l'innovazione nel tempo del suo settore (capitolo 05): prima dell'emersione dello standard di fatto, il vantaggio del pioniere è fragile, perché la competizione è ancora tra architetture e la sua può perdere; dopo, la competizione si sposta su scala, costo e capacità produttiva, terreni dove contano risorse più che primati.
Gli asset complementari sono tutto ciò che serve, oltre alla tecnologia, per trasformarla in prodotto venduto: capacità produttiva, canali di distribuzione, marchio, assistenza, competenze regolatorie, relazioni. Teece li distingue in generici (reperibili sul mercato a prezzi di mercato: un capannone, la logistica standard) e specializzati (co-sviluppati con l'innovazione, scarsi, in mano a pochi). La variabile decisiva è chi li controlla: se l'innovazione ha bisogno di asset specializzati posseduti da altri, il potere negoziale, e con esso la quota di valore, migra verso chi li possiede, per quanto brillante sia la tecnologia.
La logica combinatoria del framework: con appropriabilità forte, l'innovatore ha tempo per costruire o contrattare gli asset complementari, e cattura; con appropriabilità debole, la corsa è immediata, e vince chi ha già gli asset, che raramente è l'innovatore. È il caso che apre la sezione seguente.
Sezione 2
Caso di studio: EMI e la TAC, il capolavoro che arricchì i concorrenti
Il caso canonico del framework, discusso dallo stesso Teece, è la tomografia assiale computerizzata. La TAC viene sviluppata nei laboratori della britannica EMI da Godfrey Hounsfield, che per questo riceverà il Nobel per la medicina nel 1979: un'innovazione radicale autentica, il più grande avanzamento della diagnostica per immagini dai raggi X, lanciata commercialmente nel 1972 con anni di vantaggio su chiunque.
Otto anni dopo, EMI era fuori dal mercato che aveva creato, ceduta l'attività a un concorrente, e il mercato della TAC apparteneva a General Electric e Siemens. La ricostruzione con le tre variabili spiega l'esito senza bisogno di errori clamorosi. L'appropriabilità era debole: i brevetti esistevano ma non coprivano l'essenziale in modo bloccante, e l'architettura della macchina, una volta vista, insegnava molto ai giganti dell'elettromedicale, che disponevano di ingegneria capace di reinventare attorno alle rivendicazioni. Il design dominante non era ancora fissato: le generazioni di scanner si succedevano rapidamente, e il vantaggio del pioniere si azzerava a ogni giro di architettura. E soprattutto gli asset complementari specializzati stavano tutti dagli altri: GE e Siemens avevano le reti di vendita ospedaliere costruite in decenni, l'assistenza tecnica capillare (decisiva per una macchina da cui dipendono le liste operatorie), la reputazione presso i reparti di radiologia, la capacità produttiva e regolatoria; EMI, che veniva dall'elettronica di consumo e dalla musica, doveva costruire tutto questo da zero, in un mercato, quello ospedaliero statunitense, dove i suoi concorrenti erano di casa. La tecnologia migliore con il regime debole e gli asset altrui: il valore migrò esattamente dove il framework prevede, e il Nobel restò a chi aveva creato il valore che altri catturarono.
Il caso fissa la lezione di metodo: la domanda "la tecnologia è superiore?" non basta a fondare un investimento; la domanda completa è "date queste tre variabili, la quota di valore catturabile da questa impresa giustifica il capitale?". Talvolta la risposta onesta è che il valore c'è ma andrà ad altri, e che la strategia giusta non è competere ma vendere o licenziare a chi possiede gli asset: che è il ponte verso la sezione 4.
Sezione 3
Che cosa protegge davvero: l'evidenza
Il senso comune identifica la protezione con il brevetto. Le due grandi indagini empiriche sul campo, la Yale survey (Levin, Klevorick, Nelson e Winter, 1987) e la Carnegie Mellon survey (Cohen, Nelson e Walsh, 2000), che hanno chiesto a migliaia di responsabili R&S quali meccanismi proteggano effettivamente i ritorni dell'innovazione, restituiscono un quadro più articolato e stabile nel tempo. Nella maggior parte dei settori manifatturieri, i meccanismi giudicati più efficaci sono il vantaggio temporale (lead time: arrivare prima e correre), la discesa lungo la curva di apprendimento e di costo, il segreto industriale (in particolare per le innovazioni di processo, invisibili nel prodotto) e il controllo di asset complementari come vendita e assistenza. I brevetti risultano il meccanismo dominante in una minoranza di settori, con la farmaceutica e la chimica in testa: dove il costo di sviluppo è enorme, il costo di imitazione minimo (la molecola è leggibile nel prodotto) e la rivendicazione può coprire l'essenziale con precisione, l'esclusiva legale è ciò che regge l'intero modello economico. Le ragioni per cui altrove il brevetto pesa meno sono pratiche: la facilità di inventare attorno alle rivendicazioni, la divulgazione che il brevetto stesso impone (il capitolo 12 tornerà su questo prezzo), i costi e i tempi dell'enforcement.
La lettura corretta non è che i brevetti non servano: è che la protezione è un portafoglio di meccanismi, la cui composizione ottimale dipende dal settore e dalla natura della conoscenza, e che i meccanismi informali (velocità, segreto, know-how tacito, complementi) fanno più lavoro di quanto il senso comune riconosca. Per il capitolo 04 questo chiudeva il cerchio sui servizi e sulle innovazioni integrate, difendibili più dall'esecuzione che dall'esclusiva; per la due diligence, la domanda operativa diventa: quale combinazione di meccanismi, in questo settore, per questa innovazione, rende l'imitazione abbastanza lenta da permettere la cattura, e per quanto?
Dalla stessa evidenza discende la risposta alla domanda su first mover e fast follower, che la pubblicistica tratta come questione di indole. È una decisione condizionata: muovere per primi conviene quando il vantaggio temporale è convertibile in vantaggi cumulativi (effetti di rete, apprendimento, standard, cattura dei complementi scarsi) o quando il regime è abbastanza forte da proteggere l'attesa del mercato; seguire conviene quando il pioniere paga i costi di educazione del mercato e di esplorazione delle architetture con un regime debole, lasciando al follower dotato di asset la versione matura del gioco. EMI mosse per prima in condizioni da fast follower; GE seguì in condizioni perfette per farlo. La domanda non è "che tipo siamo?" ma "che configurazione è questa?".
Sezione 4
Il licensing e la separazione tra proprietà e uso
Esiste una terza via oltre a competere e a vendere: tenere la proprietà della tecnologia e cederne l'uso. Il modello del licensing capovolge la logica degli asset complementari: invece di costruire ciò che serve per arrivare al mercato, si arruolano come licenziatari quelli che già lo possiedono, e si cattura valore come frazione del loro, moltiplicata per tutti loro.
Il caso che ne mostra la scala è ARM. L'azienda di Cambridge progetta architetture di processori e non fabbrica nulla: concede in licenza i progetti a chi produce (praticamente tutta l'industria dei semiconduttori per dispositivi mobili), incassando diritti su ogni chip. Il modello ha trasformato quella che sarebbe stata una posizione impossibile (competere in fabbricazione contro giganti con fonderie da decine di miliardi) nella posizione opposta: i giganti sono clienti, gli asset complementari sono i loro, e l'appropriabilità poggia su un portafoglio di proprietà intellettuale e su un know-how architetturale che i licenziatari hanno interesse a veder prosperare, non a erodere. Le condizioni di funzionamento del modello vanno però dichiarate: serve un regime di appropriabilità forte (senza esclusiva difendibile, il licenziatario diventa imitatore), una tecnologia separabile dal prodotto finale (un componente, un'architettura, un metodo: non ogni innovazione lo è), e la capacità di servire i licenziatari nel tempo, perché la licenza è una relazione, non una vendita.
Il licensing porta con sé un principio architetturale che vale anche fuori dal suo modello di business: la separazione tra la titolarità della proprietà intellettuale e il veicolo che la usa. Quando la PI è posseduta da un soggetto (o da più titolari) distinto dalla società operativa, che la utilizza in licenza, si ottengono tre effetti. Il primo è la protezione patrimoniale: se il veicolo operativo fallisce, la PI non è nel suo attivo fallimentare; sopravvive all'incidente, nelle mani di chi l'ha creata e finanziata, e resta disponibile per una nuova iniziativa, una vendita o una licenza a terzi (è il valore residuo dei progetti fermati, capitolo 08). Il secondo è la riutilizzabilità: la stessa tecnologia di base può servire più veicoli, più mercati, più tentativi, senza che il destino di uno la trascini. Il terzo è la chiarezza degli incentivi: chi ha creato la conoscenza ne resta proprietario e viene remunerato dal suo uso, il che allinea la protezione dell'investitore con il riconoscimento del creatore. Il prezzo dell'architettura è la sua complessità contrattuale (licenze scritte bene, esclusive e campi d'uso definiti, sorti della licenza nei casi patologici), che il capitolo 12 tratterà sul piano degli strumenti.
Nel metodo Volcano
Il capitolo è la teoria della quinta leva di riduzione del rischio ("la proprietà intellettuale, al sicuro: vive nelle mani di chi l'ha creata") e dell'architettura dichiarata del modello: tutta la PI, di base e sviluppata, appartiene a chi l'ha creata e finanziata (Volcano, investitori, tecnici chiave), che la concede in licenza alla startup. È la separazione tra proprietà e uso della sezione 4, con i tre effetti dichiarati negli stessi termini: se una startup fallisce, la PI resta fuori dalla portata dei creditori, riutilizzabile in una nuova iniziativa, e gli investitori conservano il valore dell'innovazione anche quando un veicolo concreto non arriva. Il regime di appropriabilità su cui il modello dichiara di poggiare è la combinazione della sezione 3: proprietà intellettuale formale più il know-how contestuale multidisciplinare (hardware, software, meccanica, chimica, elettronica integrati su nicchie verticali) che è conoscenza tacita, la forma che si imita più lentamente, con i grandi operatori trasformati in fornitori e partner anziché concorrenti, cioè la neutralizzazione del problema EMI: non competere sul terreno degli asset complementari altrui, ma scegliere nicchie dove il nucleo Volcano possiede i complementi che contano. E lo scenario di recupero dei progetti che si fermano (vendita o licenza della tecnologia documentata a un terzo del settore che voglia risparmiarsi quegli anni di lavoro) è l'applicazione della lezione finale della sezione 2: quando la configurazione dice che il valore andrà a chi ha gli asset, la strategia razionale è fargli pagare la tecnologia, non combatterlo.
Letture
Per approfondire
- D.J. Teece, "Profiting from Technological Innovation" (Research Policy, 1986): l'articolo fondativo; trentacinque pagine che valgono la lettura integrale, caso EMI incluso.
- W.M. Cohen, R.R. Nelson e J.P. Walsh, "Protecting Their Intellectual Assets" (NBER Working Paper 7552, 2000): la survey di riferimento su che cosa protegge davvero, settore per settore.
- D.J. Teece, "Business Models, Business Strategy and Innovation" (Long Range Planning, 2010): il completamento del framework sul lato del modello di business come meccanismo di cattura.
- Sul modello ARM: la documentazione societaria pubblica (relazioni annuali e prospetto di quotazione) è la fonte primaria più istruttiva sul funzionamento economico del licensing su scala.
Domande frequenti
Domande frequenti
Se abbiamo il brevetto, il valore è protetto?
Il brevetto è uno dei meccanismi, non la protezione: la sua efficacia dipende dal settore (massima dove l'imitazione è economica e la rivendicazione può coprire l'essenziale, come in farmaceutica; molto minore dove si inventa attorno alle rivendicazioni), dalla qualità delle rivendicazioni e dalla capacità di farlo valere. L'evidenza empirica dice che nella maggior parte dei settori il lavoro grosso lo fanno velocità, segreto, know-how tacito e asset complementari; la domanda giusta non è "abbiamo il brevetto?" ma "quale combinazione di meccanismi rende l'imitazione abbastanza lenta, e per quanto?".
Arrivare primi sul mercato è un vantaggio in sé?
Solo se il tempo guadagnato si converte in qualcosa di cumulativo: effetti di rete, apprendimento, standard, cattura dei complementi scarsi, o un'esclusiva che protegge l'attesa. In regime debole e prima del design dominante, il pioniere paga l'educazione del mercato e l'esplorazione delle architetture per conto di chi seguirà con più asset: il caso EMI è l'illustrazione completa. La scelta tra muovere e seguire si fa leggendo le tre variabili, non il calendario.
Perché la startup non possiede la propria tecnologia? Non la indebolisce?
La separazione tra proprietà e uso protegge tutti, startup inclusa: la licenza dà al veicolo operativo tutto ciò che gli serve per competere (l'uso, nell'ambito definito), mentre la titolarità fuori dal veicolo garantisce che un incidente societario non distrugga l'attivo tecnologico, che resta riutilizzabile e conserva il valore per chi lo ha creato e finanziato. Il punto delicato non è la separazione ma la qualità dei contratti che la attuano: ambito, esclusive e sorti della licenza vanno scritti come se i casi patologici dovessero accadere.
Il nostro vantaggio è il saper fare, non un'esclusiva legale: è una protezione seria?
È spesso la più seria: la conoscenza tacita e integrata (il know-how di sistema, l'esecuzione, la combinazione di discipline) è ciò che l'evidenza indica come il meccanismo più lento da imitare, perché non si legge nel prodotto e non si assume con una persona sola. Le sue condizioni di manutenzione però esistono: si erode con le uscite delle persone chiave se non è distribuito e documentato, e non protegge dal concorrente che, invece di imitare, ricombina asset propri. La configurazione robusta combina il tacito con i presidi formali dove servono: è la logica di portafoglio della protezione, ed è il tema del prossimo capitolo.
John F. Kennedy, 1962