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Indice

Capire l'innovazione · Parte I · I fondamenti

04 · Le forme dell'innovazione

13 min di lettura

In sintesi

  1. Classificare un'innovazione non è un esercizio accademico: ogni forma ha un profilo di rischio, un fabbisogno di capitale e una dinamica competitiva propri, e gli errori di classificazione producono errori di strategia.
  2. La distinzione incrementale-radicale misura la discontinuità; la matrice di Henderson e Clark aggiunge la dimensione architetturale, e spiega perché imprese leader falliscono di fronte a cambiamenti apparentemente modesti.
  3. La teoria della disruption di Christensen descrive un meccanismo specifico (ingresso dal basso o dai non consumatori, con un prodotto inizialmente inferiore che migliora fino a spiazzare gli incumbent), non un sinonimo di "rivoluzionario": l'uso improprio del termine genera diagnosi sbagliate.
  4. Le discontinuità tecnologiche si distinguono anche per l'effetto sulle competenze esistenti: quelle che le distruggono aprono finestre ai nuovi entranti, quelle che le rafforzano favoriscono gli incumbent.
  5. L'innovazione non è solo tecnologica: il modello di business e i servizi sono territori di innovazione autonomi, e le general purpose technology (oggi l'intelligenza artificiale) sono la categoria a parte che ridisegna tutte le altre.

Sezione 1

Incrementale e radicale: la prima coordinata

La distinzione più antica misura il grado di discontinuità rispetto all'esistente. L'innovazione incrementale migliora progressivamente prodotti, processi o servizi lungo traiettorie consolidate: sfrutta conoscenza già posseduta, presenta rischio contenuto e ritorni prevedibili, e costituisce la grande maggioranza dell'attività innovativa e del valore economico aggregato che ne deriva. L'innovazione radicale introduce una discontinuità fondata su conoscenza nuova: rischio alto, tempi lunghi, potenziale di ritorno elevato, e la funzione storica di ridefinire periodicamente le traiettorie lungo cui l'attività incrementale poi procede.

Due precisazioni evitano gli usi sciatti della coppia. La classificazione è relativa al punto di osservazione: la stessa innovazione può essere radicale per un'impresa (che non possiede la conoscenza necessaria) e incrementale per il settore (dove quella conoscenza è diffusa); la domanda corretta è sempre "radicale per chi?". E la coppia non è una scala di merito: un portafoglio fatto solo di radicale è una collezione di scommesse, uno fatto solo di incrementale è una rendita in esaurimento; la composizione è una scelta di strategia, non di ambizione (il capitolo 08 tratta il bilanciamento).

Sezione 2

La dimensione nascosta: l'innovazione architetturale

Nel 1990 Rebecca Henderson e Kim Clark pubblicano lo studio che aggiunge la coordinata mancante. La domanda di partenza: perché imprese leader, tecnicamente eccellenti, falliscono di fronte a innovazioni che non sembrano affatto radicali? La risposta richiede di distinguere due tipi di conoscenza: quella sui componenti (come funziona ciascun pezzo) e quella architetturale (come i pezzi si collegano tra loro). Incrociandole si ottengono quattro forme: incrementale (componenti e architettura rafforzati), modulare (componenti stravolti, architettura invariata: il passaggio dal telefono analogico al digitale mantiene l'architettura dell'apparecchio), radicale (tutto nuovo), e architetturale: i componenti restano familiari, ma la loro configurazione cambia.

L'innovazione architetturale è la più insidiosa per gli incumbent, e il caso empirico dello studio lo dimostra: nell'industria delle macchine per fotolitografia (le apparecchiature che proiettano i circuiti sui wafer di semiconduttore), ogni generazione successiva (dagli allineatori a contatto a quelli di prossimità, agli scanner, agli stepper) usava componenti largamente noti riorganizzati in architetture nuove, e ogni volta il leader di mercato della generazione precedente ha mancato la transizione, pur avendo accesso alla stessa tecnologia. La causa identificata è organizzativa: un'impresa matura organizza i propri reparti, i canali di comunicazione interni e i filtri dell'attenzione attorno all'architettura del prodotto dominante; quando l'architettura cambia, l'organizzazione continua a processare l'informazione con lo schema vecchio, e classifica l'innovazione architetturale come incrementale perché i componenti le sono familiari. L'errore di classificazione precede e produce l'errore strategico: è la dimostrazione più pulita del perché queste tassonomie hanno conseguenze pratiche.

Sezione 3

La disruption: il meccanismo, non l'aggettivo

Nessun termine della disciplina è più usato e più frainteso di "disruptive". La teoria di Clayton Christensen (The Innovator's Dilemma, 1997) descrive un meccanismo preciso, e conviene ricostruirlo prima di correggere l'uso comune.

Christensen distingue due tipi di innovazione rispetto alla traiettoria di prestazione che i clienti principali di un mercato valorizzano. Le innovazioni sustaining migliorano il prodotto lungo quella traiettoria, e possono essere incrementali o anche radicalissime: su questo terreno gli incumbent tendono a vincere, perché hanno i clienti, i canali e le risorse. Le innovazioni disruptive entrano invece con un prodotto inferiore sulle dimensioni tradizionali ma superiore su dimensioni alternative (prezzo, semplicità, accessibilità, comodità), e per questo interessante solo a due platee: la fascia bassa del mercato, sovraservita e sensibile al prezzo (low-end disruption), o i non consumatori, esclusi dal prodotto esistente per costo o complessità (new-market disruption). Il punto dinamico della teoria: la tecnologia dell'entrante migliora più in fretta di quanto crescano le esigenze del mercato, e quando raggiunge la soglia di prestazione sufficiente per i clienti principali, la migrazione è rapida e la risposta dell'incumbent tardiva.

Il meccanismo causale non è tecnologico ma organizzativo, ed è questo che rende la teoria un dilemma: gli incumbent ignorano i segmenti marginali razionalmente, perché i loro processi di allocazione delle risorse (costruiti ascoltando i clienti migliori e inseguendo i margini più alti) classificano correttamente quei segmenti come poco attraenti. Le pratiche della buona gestione sono esattamente ciò che rende vulnerabili: il tema tornerà nel capitolo 16, perché è una delle ragioni d'esistenza del venture builder.

Le correzioni all'uso comune, che lo stesso Christensen ha dovuto pubblicare (Christensen, Raynor e McDonald, "What Is Disruptive Innovation?", Harvard Business Review, 2015): disruptive non significa rivoluzionario, né di grande impatto, né semplicemente vincente. Un prodotto radicalmente migliore che entra dalla fascia alta del mercato non è disruptive nel senso della teoria (l'esempio discusso nell'articolo è Uber rispetto ai taxi; analogamente il primo iPhone rispetto agli smartphone dell'epoca), e la distinzione non è pedanteria: la teoria fa previsioni sul comportamento degli incumbent, e le previsioni valgono solo per il meccanismo che essa descrive. Un incumbent attaccato frontalmente sulla traiettoria sustaining tipicamente reagisce e spesso vince; un incumbent attaccato dal basso tipicamente non reagisce finché è tardi. Diagnosticare quale dei due giochi si sta giocando è tra le domande più consequenziali dell'analisi competitiva di una nuova impresa.

Il caso Netflix contro Blockbuster illustra il meccanismo completo. Il Netflix del 1999-2004 (DVD per posta, abbonamento, catalogo lungo, niente penali di ritardo) era un prodotto inferiore per il cliente principale di Blockbuster, quello della scelta d'impulso del venerdì sera: consegna in giorni contro minuti. Era superiore per un segmento marginale: cinefili, pianificatori, insofferenti alle penali. Blockbuster valutò l'opportunità (l'offerta di acquisto di Netflix per 50 milioni di dollari nel 2000 è documentata dalle testimonianze dei protagonisti) e la declinò: una decisione coerente con i propri numeri, in cui le penali di ritardo pesavano significativamente sui ricavi. Lo streaming, introdotto da Netflix nel 2007, completò la traiettoria di miglioramento fino a superare il negozio anche sulla dimensione dell'immediatezza; Blockbuster, che pure lanciò risposte tardive, dichiarò bancarotta nel 2010. Ogni elemento della teoria è presente: ingresso dai segmenti marginali, inferiorità iniziale sulla dimensione dominante, rifiuto razionale dell'incumbent, miglioramento dell'entrante oltre la soglia, migrazione rapida.

Sezione 4

Competenze distrutte, competenze rafforzate

Una quarta lente, dovuta a Tushman e Anderson (1986), classifica le discontinuità tecnologiche per l'effetto sulle competenze accumulate. Una discontinuità competence-enhancing si costruisce sopra il sapere esistente del settore: chi lo possiede parte avvantaggiato, e la transizione favorisce gli incumbent. Una discontinuità competence-destroying rende obsoleto quel sapere: l'esperienza accumulata smette di essere un vantaggio e diventa, nei casi peggiori, una zavorra cognitiva e organizzativa; la transizione apre una finestra ai nuovi entranti. Il passaggio dalla fotografia chimica a quella digitale è l'esempio canonico di distruzione di competenza: l'eccellenza di Kodak nella chimica dei sali d'argento, costruita in un secolo, non trasferiva quasi nulla all'elettronica dei sensori, e il caso (che il capitolo 16 riprenderà, perché Kodak il sensore digitale lo aveva inventato, nel 1975, nei propri laboratori) mostra che possedere la tecnologia non basta quando la discontinuità distrugge le competenze su cui vive il modello di business.

Per la valutazione di una nuova impresa, questa lente produce una domanda di due diligence diretta: la tecnologia del progetto distrugge o valorizza le competenze degli operatori esistenti? Nel primo caso la finestra per l'entrante è reale ma va attraversata prima che gli incumbent ricostruiscano le competenze (o le comprino); nel secondo, il vantaggio strutturale è dell'incumbent e il progetto ha bisogno di un'altra fonte di difendibilità.

Sezione 5

Oltre la tecnologia: modello di business e servizi

L'innovazione di modello di business. La stessa tecnologia, commercializzata con modelli diversi, produce ritorni diversi anche di ordini di grandezza: è la tesi documentata da Teece (2010) e Chesbrough (2010), e fa del modello di business (la logica con cui l'organizzazione crea, distribuisce e cattura valore) una variabile di progettazione autonoma. Le forme tipologiche sono note: dal possesso all'abbonamento, dal prodotto alla piattaforma multi-versante, freemium, rasoio e lame. Il punto concettuale che va trattenuto: l'innovazione di modello di business non richiede tecnologia nuova, e la tecnologia nuova non produce valore finché un modello di business non lo cattura; i capitoli 09 e 11 svilupperanno rispettivamente il lato del finanziamento e quello dell'appropriazione. Lo stesso caso Netflix è, oltre che una disruption, un'innovazione di modello (abbonamento senza penali contro noleggio con penali) arrivata prima della discontinuità tecnologica dello streaming.

L'innovazione nei servizi. I servizi dominano le economie avanzate ma la teoria dell'innovazione è nata sui manufatti, e le differenze contano. Il servizio è co-prodotto con il cliente (la qualità dipende anche dal suo comportamento), è spesso intangibile e non immagazzinabile (la capacità invenduta è persa), e la sua innovazione è tipicamente di processo, organizzazione e modello più che di prodotto in senso stretto: per questo è più difficile da proteggere con la proprietà intellettuale (poco da brevettare) e più facile da imitare nella forma, benché non nell'esecuzione. La difendibilità di un'innovazione di servizio sta di solito nell'esecuzione operativa, nei dati accumulati, nella scala e nel marchio più che nell'esclusiva legale: una differenza che il capitolo 11 riprenderà trattando i regimi di appropriabilità.

Il riquadro delle general purpose technology. Alcune tecnologie non appartengono a un settore: lo attraversano tutti. La categoria (Bresnahan e Trajtenberg, 1995) è definita da tre proprietà: pervasività degli impieghi, miglioramento continuo nel tempo, capacità di generare innovazioni complementari nei settori che le adottano. Il vapore, l'elettricità e l'informatica sono i casi storici; l'intelligenza artificiale contemporanea esibisce le tre proprietà in modo riconoscibile. Due lezioni storiche delle GPT meritano di essere fissate. Primo: il valore economico si materializza con ritardi lunghi, perché richiede co-invenzioni organizzative; l'elettrificazione delle fabbriche produsse i suoi guadagni di produttività decenni dopo la dinamo, quando gli stabilimenti vennero riprogettati attorno al motore elettrico unitario invece di replicare la disposizione degli alberi di trasmissione a vapore (il caso è documentato negli studi di Paul David). La replica di processi esistenti con la tecnologia nuova è la fase iniziale e meno produttiva; la riprogettazione attorno alla tecnologia è dove sta il valore. Secondo: durante la diffusione di una GPT, gran parte del valore va a chi la applica ai problemi verticali dei singoli settori, non solo a chi produce la tecnologia generale; per chi costruisce nuove imprese, la conseguenza è che la domanda corretta raramente è "facciamo AI?", e quasi sempre è "quale problema verticale, validato secondo il capitolo 02, questa GPT rende risolvibile ora che prima non lo era?".

Nel metodo Volcano

Le lenti del capitolo motivano tre scelte dichiarate del metodo. La preferenza per soluzioni "a ser posible disruptivas" va letta nel senso tecnico della sezione 3: soluzioni che entrano dove gli incumbent razionalmente non presidiano, e che per questo incontrano pochi concorrenti diretti e sostengono margini più a lungo, come il metodo esplicita tra i suoi due obiettivi di selezione. Il posizionamento su nicchie verticali multidisciplinari (hardware, software, meccanica, chimica ed elettronica integrati in soluzioni per mercati che i grandi operatori scartano come troppo piccoli) applica sia la logica della new-market disruption sia la lezione delle GPT: il valore si estrae applicando tecnologie generali a problemi verticali specifici, e i giganti tecnologici diventano fornitori e partner anziché concorrenti. Infine, la barriera d'ingresso rivendicata (know-how contestuale difficile da replicare con il solo capitale) è la forma di difendibilità che la sezione 5 indica come tipica delle innovazioni integrate e di servizio, dove l'esclusiva legale da sola non basta: il capitolo 11 ne darà la teoria completa.

Letture

Per approfondire

  • R.M. Henderson e K.B. Clark, "Architectural Innovation" (Administrative Science Quarterly, 1990): lo studio originale sulla fotolitografia; la sezione teorica iniziale è la parte da leggere con più cura.
  • C.M. Christensen, The Innovator's Dilemma (1997): la teoria completa della disruption con i casi originali (dischi rigidi, escavatori, acciaio).
  • C.M. Christensen, M.E. Raynor e R. McDonald, "What Is Disruptive Innovation?" (Harvard Business Review, dicembre 2015): la correzione d'autore agli usi impropri del termine; venti minuti ben spesi.
  • T.F. Bresnahan e M. Trajtenberg, "General Purpose Technologies: Engines of Growth?" (Journal of Econometrics, 1995): l'articolo che ha definito la categoria; per la lezione storica sull'elettrificazione, P.A. David, "The Dynamo and the Computer" (American Economic Review, 1990).

Domande frequenti

Domande frequenti

Disruptive e radicale non sono la stessa cosa?

No, e la confusione è l'errore più diffuso della disciplina. Radicale misura la discontinuità della conoscenza; disruptive descrive un percorso di mercato: ingresso dal basso o dai non consumatori con un prodotto inizialmente inferiore che migliora fino a spiazzare gli incumbent. Esistono innovazioni radicali e sustaining (il primo iPhone), e disruption tecnologicamente modeste (il Netflix dei DVD per posta). La distinzione conta perché le due situazioni prevedono reazioni opposte degli incumbent: pronta nel primo caso, tardiva nel secondo.

Se un'innovazione è incrementale vale meno la pena farla?

No: la maggior parte del valore economico aggregato dell'innovazione viene dall'attività incrementale, che ha rischio contenuto e ritorni prevedibili. La coppia incrementale-radicale non è una scala di merito ma una coordinata di rischio: un portafoglio sano le contiene entrambe, in proporzioni che sono una scelta di strategia. Il segnale d'allarme non è l'incrementalità in sé, ma un portafoglio interamente incrementale, che vive di una traiettoria in esaurimento.

Come ha fatto Kodak a fallire se il sensore digitale lo aveva inventato lei?

Perché possedere la tecnologia non basta quando la discontinuità distrugge le competenze e il modello di business su cui l'impresa vive. Il digitale azzerava il valore dell'eccellenza chimica di Kodak e, peggio, del suo modello a margini alti sui materiali di consumo: ogni fotografia digitale era una pellicola non venduta. L'organizzazione classificò e gestì la minaccia con gli schemi del vecchio paradigma, come la teoria di Henderson e Clark prevede. Il capitolo 16 riprende il caso, perché è una delle ragioni d'esistenza del venture builder: portare le discontinuità fuori dalle organizzazioni che hanno interesse a frenarle.

"Fare intelligenza artificiale" è una strategia?

No: è una risposta senza domanda. Le lezioni storiche delle general purpose technology indicano che durante la diffusione gran parte del valore va a chi le applica a problemi verticali specifici, e che i guadagni veri arrivano riprogettando i processi attorno alla tecnologia, non replicando l'esistente con strumenti nuovi. La domanda corretta resta quella del capitolo 02: quale problema validato (frequente, costoso, con disponibilità a pagare) questa tecnologia rende risolvibile ora che prima non lo era.

We choose to go to the Moon in this decade and do the other things, not because they are easy, but because they are hard.
John F. Kennedy, 1962
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